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Venerdì 30 Luglio 2010
William Shakespeare chi?   versione testuale

«I biografi ipotizzano che Shakespeare abbia maturato la sua vasta conoscenza della legge e la sua accurata familiarità con i modi, il gergo e i costumi degli avvocati dopo essere stato lui stesso per poco tempo cancelliere del tribunale di Stratford; proprio come se un giovanotto sveglio come me, cresciuto in un paesino sulle rive del Mississippi, potesse sviluppare una conoscenza perfetta della caccia alla balena nello stretto di Behring e del gergo dei veterani passando qualche domenica a pescare pescegatti».
Mark Twain, in Shakespeare is dead?


Quasi 400 anni fa moriva William Shakespeare, uno dei più grandi drammaturghi e poeti di tutti i tempi. La sua fama è tanto vasta che ancora oggi la critica letteraria non smette di indagare le sue opere. Sostenendo che Shakespeare sia l''“inventore” della nostra umanità di moderni, Harold Bloom lo inserisce, insieme con Dante Alighieri, al centro di quello che il grande critico chiama il “Canone occidentale”: la sintesi indispensabile di tutto quel che la cultura europea ha prodotto nei secoli passati.
Ma se tutte le opere che hanno reso grande Shakespeare non fossero state scritte da lui? Se dietro il Bardo di Stratford-upon-Avon si celasse qualcun altro? Se i suoi drammi fossero opera di un consorzio di quattro scrittori? Se fosse stato in realtà un italiano originario di Messina? Se non fosse mai esistito?
Mai come in questi ultimi mesi sono tornate alla mente le domande sulla vera identità di Shakespeare. Soprattutto, grazie a una serie notevole di libri, che affollano gli scaffali delle novità. Proprio la scarsità dei dati anagrafici sul grande Bardo ha creato soltanto una cornice, senza consentirci in alcun modo di conoscere, dell''uomo, le passioni e le crisi. Quest''“ombra anagrafica”, com''è stata chiamata, è così sfuggita al processo di identificazione e ha permesso all''opera di avere il sopravvento sull''uomo.
Non sappiamo quando Shakespeare arrivò a Londra. Al pari di uno spettro anche nella sua storia personale, scompare del tutto dal 1585 al 1592 (i cosiddetti “anni perduti”), proprio nel periodo in cui saremmo più curiosi di sapere dove andò e cosa fece, quando lasciò Stratford, la moglie e i tre figli, e si affermò come attore e drammaturgo a teatro.

Questo vuoto è colmato da “Il viaggio di Shakespeare” nella pregiata collana “Biblioteca del Tempo” della Robin edizioni (384 pagine, 18 euro). È la riproposta di un''opera uscita per la prima volta nel 1895, in Francia. L''autore è il polemista Léon Daudet, figlio del romanziere Alphonse e grande amico di Marcel Proust, che gli dedicò I Guermantes. Lo Shakespaere ventenne che è il protagonista del viaggio, nell''estate del 1584 si sarebbe imbarcato dal porto di Dover alla volta dei Paesi Bassi, terra allora contesa tra olandesi e spagnoli, sconvolta dal recente assassinio di Guglielmo il Taciturno. Rotterdam, Leida, Amsterdam, la Frisia e poi la Germania fino ad Amburgo, la Danimarca, Copenaghen, sono le città e i paesaggi che fanno da sfondo all''umanità varia che il giovane incontra lungo il suo cammino. È soprattutto la fantasia del poeta a trarre giovamento dal viaggio. In più occasioni, il futuro Bardo di Stratford si trova a esclamare: «Dopo quel che ho visto, avrò di che nutrire le mie visioni!». A ogni tappa, c''è un incontro significativo che si ritroverà nelle sue oepre: la figlia di un oste olandese suicida per amore, un giovane contadino danese pieno d''odio per il patrigno, daranno così origine a Ofelia e ad Amleto. Incontrerà anche gli attori di “Sogno di una notte di mezza estate”, la farsa “Così fan tutte” e i pretoriani di “Cesare”.
Alla fine, il giovane poeta avrà incontrato praticamente tutto quello che riverserà nella sua opera, ben sapendo che «le propensioni di un carattere si deducono tutte da un certo numero di sentimenti, così come con poche cifre è possibile scrivere tutti i numeri».

Sempre a dissipare alcune delle ombre della vita di Shakespeare gioca l''altro romanzo dal titolo “W.”, edito per la Rizzoli (517 pagine, 19 euro), ricco di sangue, di colpi di scena, di suspense e di rischi mortali. Il libro, venduto a editori di venti paesi a Francoforte nel 2005 sulla base di un breve proposal (poche pagine di testo), è uscito in sordina nel 2007 in Italia, ed è stato da poco pubblicato in Gran Bretagna scalando le classifiche con diecimila copie vendute alla settimana. Successo forse dovuto al titolo più accattivante «I segreti di Shakespeare» (migliore oltre che dell''italiano, anche dell''originale edizione americana: «Interred With Their Bones», «Sepolti con le loro ossa»). È una citazione dalle opere di Shakespeare, come moltissime altre che l''autrice, Jennifer Lee Carrell, dissemina lungo tutto il libro, tanto che servirebbero le note a margine per renderle comprensibili al pubblico. Sulla scia del “thriller filologico” alla Dan Brown, da cui però si distacca nettamente per lo stile migliore e lo spessore della trama. Proprio le moltissime citazioni permettono un duplice livello di lettura: uno molto semplice, adatto a tutti; l''altro, per esperti, apprezzabile solo dai lettori e studiosi più appassionati di Shakespeare. E lungo una scia di morti (sette le vittime) letteralmente “scespiriane”, perché ricalcheranno le uscite di scena dei più famosi personaggi dei drammi, la protagonista Kate si muoverà dalle rive del Tamigi agli Stati Uniti, fino in Spagna. E i tre filoni seguiti porteranno a scoprire tre verità della vita di Shakespeare, tra cui la stessa identità del Bardo inglese, dietro al cui nome si sarebbero nascosti quattro scrittori diversi, compreso - come molti sospettano - il filosofo Francis Bacon.

Più vicino al saggio che al romanzo è “Shakespeare? È il nome d''arte di John Florio” di Lamberto Tassinari, edito da Giano Books (386 pagine, 23 euro), che ripropone un''ipotesi tutta “italiana”: dietro il Bardo si celerebbe uno dei più grandi intellettuali italiani alla corte inglese dell''epoca. John Florio, nato nel 1553 a Londra, figlio di un pastore protestante italiano di origine ebraica, esule nell''Inghilterra dei Tudor, sarebbe l''autore delle opere attribuite a Shakespeare. A partire da una ricerca sulla “Tempesta”, Tassinari ha individuato le fila di un affascinante intreccio di nomi, opere e date che lo portano a ipotizzare che il traduttore di Montaigne, Boccaccio e autore del primo dizionario italiano-inglese sia la stessa persona che ha scritto sonetti e teatro con lo pseudonimo di “Shake-speare”. Di certo c''è che Florio diffuse la cultura italiana alla corte inglese e che c''è un riferimento al letterato italiano nel sonetto “Phaeton”, attribuito al poeta inglese, in cui si lodano le opere di Florio: «Tali frutti, come i fiori della moralità, non furono mai portati prima dall''Italia». Questa ricerca giunge proprio nel momento in cui due università anglofone, la Brunel University di Londra e la Concordia University dell''Oregon hanno inaugurato corsi di Master sul secolare problema della paternità delle opere di Shakespeare.

Sempre di Florio si parla, ma del padre di John, Michelangelo, nel romanzo “Il manoscritto di Shakespeare” della Sellerio editore (339 pagine, 13 euro), scritto da Domenico Seminerio. Il romanzo riprende la questione delle origini siciliane del Bardo immaginando che un vecchio maestro elementare, che vive in una cittadina della Sicilia, riveli a uno scrittore di averne le prove. Ma le carte vengono rubate e l''anziano ricercatore ne soffre fino a morire, lasciando così che lo scrittore giunga da solo alla verità. Con il coinvolgimento della mafia locale e dei servizi inglesi, lo scrittore narrerà la storia di Michelangiolo Florio, drammaturgo di Messina, costretto per le sue idee religiose a emigrare e cambiar nome. L''autore ha preso veramente uno spunto dalla realtà: il vecchio maestro, Gregorio Perdepane, è la trasposizione di Martino Juvara, lo studioso siciliano che nel 2000 destò l''attenzione anche del “The Times”, sostenendo l''origine messinese di Shakespeare. Come Perdepane, anche Juvara (autore di “Shakespeare era italiano”) scrisse a Londra, prima alla regina Elisabetta II, poi al premier Tony Blair, per chiedere accesso agli archivi in cui, secondo lui, ci sarebbero state le prove. Il libro di Seminerio è un romanzo e in questo deve molto ad Andrea Camilleri, per ammissione dello stesso autore, e non solo per l''uso di un gergo misto dialettale, in cui fa da sfondo una Sicilia rurale e viva. L''ipotesi dell''origine siciliana di Shakespeare è però talmente affascinante, che già in passato ha prodotto buoni frutti, come la messa in scena di quella che sarebbe stata la base di “Molto rumore per nulla”: la commedia “Troppu traficu ppi nnenti” testo attribuito a Michelangelo Florio, con traduzione proprio di Camilleri e regia di Giuseppe Dipasquale.

Chiude la rassegna in bellezza, “Shakespeare in Venice” di Bassi Shaul e Toso Fei Alberto nella splendida veste curata dall''editore Elzeviro (221 pagine, 19,50 euro). Già il sottotitolo indica come si passino in rassegna “Luoghi, personaggi e incanti di una città che va in scena”: Venezia è il palcoscenico ideale e nessuna altra città ha affascinato il Bardo di Stratford più della Serenissima, nominata più volte nei suoi drammi (La bisbetica domata, Pene d''amor perdute, ecc.) a partire già dal titolo e dall''ambientazione di due sue opere tra le più note: “Il mercante di Venezia” e “Otello”. Per non parlare del “Romeo e Giulietta” ambientata a Verona e “La bisbetica domata” ambientata a Padova. Anche se Shaul Bassi è docente alla Ca'' Foscari, la Prefazione avverte subito che non si tratta di una ricerca accademica. La suggestione è che forse il celebre drammaturgo elisabettiano abbia messo piede a Venezia (naturalmente sempre nei suoi “anni perduti”) e si sia fatto ispirare dalla città. Da quest''ipotesi, quindi, parte un viaggio che cerca di ripercorrere le sue orme lungo un percorso immaginario tra calli e campielli, leggende e curiosità storiche, nobildonne e umili popolani. La struttura del volume, ricco di fotografie d''autore, è divisa tra i luoghi collegati ai racconti: il “Centro del potere” riferito a San Marco, il “Mercato del mondo” incentrato su Rialto, “Un mondo ai margini” legato alla presenza ebraica e moresca a Venezia. Leggendo il libro si ha l''impressione che Shakespeare guardò probabilmente a Venezia come specchio dei desideri, delle aspirazioni e delle ansie della sua madre patria inglese. E viene veramente voglia di perdersi per le calli della Serenissima e magari scoprire altri dettagli “scespiriani” che sono sfuggiti agli autori.


Roberto Arduini

Léon Daudet “Il viaggio di Shakespeare” ed Robin 
Jennifer Lee Carrell “W.” ed Rizzoli 
Lamberto Tassinari “Shakespeare? È il nome d''arte di John Florio” ed Giano Books 
Domenico Seminerio “Il manoscritto di Shakespeare” ed Sellerio 
Bassi Shaul e Toso Fei Alberto “Shakespeare in Venice” ed Elzeviro
 





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