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Giovedì 09 Giugno 2011
Il calcio raccontato oggi. Meglio i libri dei giornali   versione testuale

E’ una consolazione in questi giorni di scandali poveri e nebulosi, nei quali la stampa quotidiana sta dando il peggio di sé nella ricerca del nome eccellente e innocente da sbattere in prima pagina, ritrovarsi sullo scaffale due testi che raccontano poeticamente vite scandite dal calcio, calcio vissuto, giocato a livello amatoriale o giù di lì, ma anche idolatrato e seguito, non come rifugio escapistico, né come occasione di approfondimento sociologico: con un pizzico di disillusione forse, ma nella consapevolezza che il gioco sia (o possa comunque essere) accompagnamento, nutrimento, opportunità di chiarificazione di aspetti, momenti e valori del nostro vivere.
 
Il primo, pubblicato da Einaudi è Addio al calcio di Valerio Magrelli, romano, poeta, traduttore di chiarissima fama e francesista, mentre il secondo è La passione del calcio (Perdisapop) firmato da Franz Krauspenhaar, romanziere e saggista milanese, molto presente per diverso tempo sui maggiori blog letterari nostrani.
E’ vero, l’approccio dettato dal titolo e l’approdo conclusivo dei due testi è sostanzialmente la sconfitta, una perdita, l’attestazione della conclusione di un itinerario personale, concreto o semplicemente emotivo: dalla constatazione agrodolce dell’impossibilità di calcare il rettangolo di gioco in maniera dignitosa per Magrelli, al distacco disincantato dello spettatore Krauspenhaar dopo la temporanea sospensione dell’incredulità concomitante con i mondiali.
Sembrerebbe la conferma di un vezzo autopunitivo di gran parte delle penne contemporanee che per narrare il calcio devono comunque muovere da una negatività, dal senso dell’irrecuperabilità di un candore infantile, dalla nostalgia della pozzolana o da altre metafore emozionali di flagellante vaghezza, molto, molto sudamericana (il modello Soriano-Galeano docet!)
Questa volta però non è così: se è vero che la disillusione va a braccetto con l’ingresso nella fascia d’età dei cinquanta e quindi corrisponde a qualcosa di inevitabilmente organico, è altrettanto vero e trasparente dai testi che l’occhio degli autori addestrato alla poesia riesce a vedere nel calcio e a farci vedere una sostanza di umanità e di immaginazione che non può uscire definitivamente sconfitta, forse neanche dalla vita.
Le giocate e le emozioni da esse suscitate, l’impressione di trovarsi dentro un mondo incantato delimitato magari da un muretto o dal vetro del video, la sequela di gesti epici o funambolici di questo o quel campione di ieri e di oggi: tutto viene registrato con un piglio di sincerità, immediatezza e trasporto che prende decisamente il sopravvento, battendo con un rotondo due a zero qualsiasi nostalgia.
La prosa, che per scelta di ambedue vira spesso verso la poesia, è zeppa di squarci e illuminazioni che si arrampicano dal campo di gioco su su fino al pensiero che rumina le vicende della vita; poggiati, soprattutto da Magrelli con sapienziale naturalezza, senza alcun accento moralista: si ritrovano in un resoconto giornalistico (quelli di ieri, soprattutto), in un soprannome da bar (Odoacre Chierico, il rosso attaccante della Roma scudettata di Falcao, ribattezzato gettone per via della scriminatura in mezzo ai capelli)nelle lacrime di un figlio che nella sconfitta della Nazionale sperimenta per la prima volta una sentenza irreparabile emessa dalla vita. Krauspenhaar è altrettanto efficace nel registro di un’ironia sapida o lirica, come quando paragona l’ex ct della nazionale Lippi a Capitan Findus oppure spedisce nel cielo della metafora il Maracanà ammutolito dopo la sconfitta con l’Uruguay ai mondiali del ’50 definendolo “un’astronave atterrata in Purgatorio”.
Colpisce poi e convince profondamente Il modo in cui Magrelli isola la positività, il segno di una bellezza duratura in una declinazione della passione, in un momento concreto in cui si incarna.
“Palleggi, palleggi in un pomeriggio d’estate. Quel bambino concentrato, solo col suo pallone, era capace di passare ore pur di superare il numero di tocchi che si era prefissato. Non allegro, ma assorto, pienamente consacrato al mio compito. Una buona approssimazione alla felicità. Forse per questo ho cominciato a scrivere poesie.”
Altro che oppio dei popoli; qui l’applicazione indefessa al pallone di un ragazzino diventa anteprima e viatico quasi dell’esperienza poetica, una cosa che scritta una ventina di anni fa avrebbe attirato sullo scrittore gli strali di degnazione dell’intera repubblica delle lettere. E di felicità parla anche Krauspenhaar che pur seguendo più da vicino singole partite si atrae quasi con noncuranza nello spazio della meditazione: “il calcio è vita provvisoria, esaltata da un rituale (…). E’ epitome dell’esistenza e ha in sé il germe di un’insoddisfazione lacerante che segue, perché non c’è animale più insaziabile dell’uomo, soprattutto nel successo, soprattutto nella felicità”.
L’impressione conclusiva è che con questi testi gli autori, alternando riflessione e biografia, abbiano centrato il bersaglio riuscendo a riacquistare al bagaglio dell’esperienza che ci definisce e ci forma in quanto uomini, momenti di emozione, trasalimento - il pallone che si perde rotolando fino al greto di un fiume che a sua volta lo trascina irrimediabilmente a valle, oppure è incollato al sinistro di un calciatore “come se fosse il cucciolo della sfera e appena nato restasse attaccatop alla madre per la vita” – immagini vere o semplicemente immaginate ma anche deformate dalla lente del tifoso; abbiano estratto insomma dalla grande e fittizia narrazione simbolica e collettiva che è il calcio singole e più autentiche narrazioni generate in un mondo parallelo e astratto, ma che come avviene per ogni gioco sono segno di libertà e affrancamento dai bisogni e soprattutto ci addestrano a guardare alla vita quotidiana con occhi resi più umani.
 
Saverio Simonelli
 
 
Valerio Magrelli "Addio al calcio" ed. Einaudi 2010, p.110, euro 17,00
Franz Krauspenhaar "La passione del calcio" ed. Perdisa Pop 2011, p. 154, euro 10,00





Parole chiave: SPORT; CALCIO;
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