Probabilmente bisogna scomodare “lo sguardo d''aquila” che Yeats attribuiva agli anziani per tentare una lettura di questo “Cenere e Ghiaccio” di Salvatore Mannuzzu. Ed è una metafora particolarmente appropriata perché combina la purezza dello sguardo acuto con una sostanza come di animale, qualcosa che si manifesta ad un livello organico, quasi primordiale della percezione, qualcosa che appartiene direttamente alla vita, che si impasta con la realtà.
Acuta e penetrante la lucidità dello stile e della resa delle cose. Animale, melgio, creaturale il desiderio l''aspirazione alla felicità, alla pienezza ad una vita che superi se stessa non nell''autoesaltazione ma nella scoperta di cose, gesti, sensi, tracce che la trascendono dandole significato duraturo.
Qui si tratta di undici prose del grande scrittore sardo nato nel 1930: conferenze, interventi pubblici, brevi saggi, ricordi, confessioni personali. Ecco, personali è l''altra parola bussola per farsi strada in questo testo che, pur sommando nel complesso 148 pagine, è di una densità abissale, pastosa appunto, un libro in cui si deve avanzare piano perché quasi ogni singola parola avviluppa l''occhio e non lo lascia andare. E ci si può tornare come un breviario, laico e religiosissimo. Libro da smarrimento e consultazione. Imperdibile.
Si inizia subito con una prova di grande “agonismo” concettuale: la lettura del libro di Giobbe tenuta da Mannuzzu il 25 ottobre del 2004 in occasione del conferimento della laurea in lettere honoris causa conferitagli dall''Università di Sassari.. Un ragionamento condotto rigorosamente ma sempre secondo una logica dove all''acutezza dello sguardo d''aquila si accompagna il calore del desiderio. Una totalità di sensi, razionalità e sentimento: Mannuzzu, uomo di giurisprudenza lascia che le parole svettino, sfuggano la gravità, puntando dritte alle vertigini della teologia, anche se poi c''è il contrappeso delle deduzioni, del confronto col vissuto dell''uomo Giobbe che quella vertigine contiene e cita come in giudizio. Qui scaturisce la scintilla, tra la frizione del reale e la purezza irriducibile del desiderio.
“Io credo – spiega - che questo rimanere al desiderio, pur essendogli sempre impari,questo rimanere all''altezza irraggiungibile del desiderio sia la vocazione più vera della vita e insieme della letteratura.”
Tutti gli scritti hanno questa dorsale, evidentissima, si parli di Don Chischiotte, di Gramsci o di Nietzsche, di Kafka, Chaplin, Agostino. O del suo amatissimo conterraneo Salvatore Satta. Particolarmente commosso è il ricordo di Natalia Ginzburg, descritta anche lei come donna che interpreta nella vita le ragioni di una giustizia che nella sua lucidità contiene sempre sfaccettature di un''umanità radicale che stana e insegue ovunque il desiderio di pienezza. “Occorrono comprensione, tolleranza e pietà – le fa dire, citandola - facoltà di contemplare nella sua luce ogni fisionomia e ogni caso umano”. Rendere ragione delle ragioni di questo segugio del desiderio che è l''essere umano. Ed è proprio la ricerca di una ragione che superi e contenga tutte le altre dell''uomo che anima l''ultimo scritto, personalissimo, intimo, nudo: e che è direttamente preghiera, una preghiera rivolta letteralmente alla “contraddizione di Dio”. La preghiera di un uomo anziano sistemato oramai sui gradini che danno verso l''infinito e fa appello alla bontà assoluta del Padre che supera perfino la sua caratteristica di Signore dell''Universo e cioè la giustizia. In nome di una ragione che ha il nome concretissimo di follia.
Così più o meno ragiona l''uomo anziano, quello che ha gli occhi dell''aquila: siamo vecchi e portiamo il peso e la dote delle nostre vite al di là del tempo, ma lo strazio più grande che ci fa perdere di vista perfino “l''idea della nostra salvezza è non avere la certezza di quella altrui” che è poi quella dei figli, i parenti, gli amici cari, i figli dei figli. “Lo strazio è non poter dire per altri quel sì, come accade al fonte del battesimo per i figli appena nati”.
In quel modo la paura dei vecchi diventa “paura della giustizia di Dio” e Mannuzzu con il salmista ripete “Se Dio fosse solo giustizia, come potrebbe esserci salvezza, salvezza per i figli?”
Ma Dio ha allora una sua “contraddizione”, quella della “follia dell''amore che Egli ha rivolto addirittura contro se stesso sottomettendo la sua giustizia all''incontenibile amore per l''umanità perduta”.
Ed è su questa leva che la preghiera del vecchio si innalza. La leva che l''uomo ha contemplato di fronte, “alla follia della croce che è poi l''essenza dell''amore, la sua forma più radicale”. Se un Dio ha preferito la propria morte alla giustizia, allora il suo nome è Misericordia. Misericordia e speranza
La preghiera di Salvatore Mannuzzu dunque esalta in questo caso la prima funzione della scrittura, il motivo profondo per cui esiste dai tempi dei graffiti nelle grotte. Che le parole non si accontentino della vita ma sondino, stuzzicandoli quasi i tratti dell''infinito di Dio che forse ama che queste sue creature lo costringano, come un tempo Abramo, a svelare ed esaltare se possibile la Sua misericordia.
Saverio Simonelli
Salvatore Mannuzzu, Cenere e Ghiaccio, Roma, 2009, Edizioni dell''Asino