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Perché in Italia non sappiamo scrivere di sport?
 | Perché in Italia non sappiamo scrivere di sport?
Un sospetto “storico” diviene certezza. E una certezza che si sostanzia di evidenze corredate da poche eccezioni. Noi italiani non riusciamo a scrivere di sport da dentro il fenomeno sportivo, non vogliamo, né forse sappiamo raccontare storie che siano di sport semplicemente per il gusto di raccontarle, per comunicare una passione o per storicizzare un evento, una giocata, un “fatto di campo”, ma finiamo immancabilmente per assumere un punto di vista esterno e obliquo, un punto di vista dove l’autore/giudice si sovrappone al narratore/debole di cose che in fondo ritiene di per sé deboli e nel migliore dei casi riesce a raccontare solo per il gusto di parlare di vinti o corruttori, outsider o outcast, figure di sfiga infinita, dei disadattati curvaroli che solo la visione del campo riesce a esaltare senza poter mai redimere.
Il tutto condito dall’alibi stereotipato dello sport come metafora, del calcio come ultimo rito collettivo di pasoliniana forgiatura, dove la disposizione eterna all’allegoria dissimula l’inconscia ma scarsa fiducia nell’oggetto che si vuole raccontare, come se un “cucchiaio” di Totti, un guizzo di Milito, una “maledetta” di Cristiano Ronaldo non contenesse in se e di per sé sufficienti potenzialità narrative. E non è questione di essere Pindaro, basta stare con gli occhi aperti e un briciolo di passione reale.
E invece no: salvo rarissime eccezioni l’intellettuale, lo scrittore continua a essere un parassita del gioco, a suggerne significati che si adattino al suo schema interpretativo, al suo percorso a chiave.
In ogni caso come ad ogni vigilia del mondiale inizia ad arrivare il puntuale ciclone editoriale calcistico. Ecco allora l’antologia di minimum fax “Ogni maledetta domenica” che per citare un celebre film inizia subito col piede sbagliato, cioè una connotazione sinistra, inevitabilmente patologica, un mix di mania e pericolosità, un retaggio tribale da impugnare, tutt’al più in nome di presunti valori antichi e oramai irrimediabilmente perduti, contro il “modello Sky” che tra l’altro in Inghilterra funziona benissimo e lascia gli stadi pieni, ma questo sarebbe un altro discorso.
Il curatore Alessandro Leogrande dice programmaticamente di preferire il “territorio della non fiction” di voler evidenziare “sprazzi di resistenza” al calcio dominato dal binomio soldi e televisione, ma senza tralasciare di comporre uno “squarcio della desolazione” che circonda il fatto agonistico, che pure viene definito “mistero che comunque si rinnova” e “avventura di psicologia collettiva”, citando una bella frase di Rafa Benitez, manager del Liverpool ma soprattutto un gran signore del calcio moderno (ma allora ce ne sono, e perché non scriverci sopra una storia di questa antologia?). Da un lato si avverte dunque il fascino di questo sport dall’altra si è inevitabilmente portati, raccontandone, a focalizzare storture e brutture, eroismi condannati alla sconfitta, diversità irriducibili, insomma quanto si diceva all’inizio, cioè il calcio come utile fenomeno, come manifestazione di altro e non come evento.
Di quello non si parla e lo dice ancora specificamente Leogrande: “Quando si ha di fronte un fenomeno come Higuita che altro c’è da inventare”? Come a dire: quando un calciatore è già così notevole, pittoresco e si staglia in tutto e per tutto come “personaggio” basta a se stesso e rende il potenziale narratore superfluo. Seguendo questa logica non solo Nick Hornby non avrebbe scritto il più bel libro sul calcio mai immaginato o un grande artista come il brasiliano Drummond De Andrade non avrebbe mai fissato l’idea carioca del football nero su bianco, perfino Pindaro avrebbe rinunciato alle sue odi e (estremizzando ovviamente) l’avrebbe avuta vinta l’altro intellettuale greco, il filosofo Senofane che fu il primo a definire lo sport (che allora non si chiamava ancora così, ma racchiudeva come oggi bellezza e imposture, truffe e nobiltà, slanci e imbrogli) come attività inferiore, perdita di tempo ed energia. I racconti-saggi che compongono l’antologia nascono quasi tutti in quest’ottica e anche quando riescono stilisticamente bene come il caso del pezzo di Francesco Pacifico su Balotelli non riescono a non individuare un “fenomeno” , un “caso” un’”eccipienza” socialmente interpretabile del fatto sportivo in sé. Così Stefano Sacchi ci porta tra i talent scout, il pomeriggio di stadio di Andrea Cisi finisce inevitabilmente con la tempia insanguinata dell’ultras, Tommaso Giagni ripercorre, senza troppi guizzi per la verità, la vicenda Gabriele Sandri e Carlo Carabba si arrende alla fine di un lungo pastiche alla discutibilissima evidenza che da quando Baggio non gioca più non c’è più domenica. Fa eccezione il bel pezzo di Vittorio Iacopini sul grande tecnico zingaro Bora Milutinovic seguito passo passo con affetto e partecipazione sinceri. Un testo di grande equilibrio e competenza con accenni di schietta poesia come nello splendido finale che lasciamo volentieri al lettore.
Resta, tutto sommato, l’impressione di un’occasione mancata, così come lascia l’amaro in bocca “Cuore di cuoio” di Cosimo Argentina, proposto da Sironi nel 2004 e oggi ripescato da Fandango, che nonostante le belle premesse racconta l’ennesima storia di un gruppo di ragazzi della provincia italiana con l’immancabile figura carismatica di riferimento inevitabilmente destinata alla fine in un tessuto di campetti e avventure tra il picaresco e il pasolinismo, con qualche tocco di genialità – come il conferire alle ragazze i nomi delle squadre straniere – che finisce per perdersi anche per il registro linguistico piuttosto scontato nell’uso del dialetto.
La bella eccezione viene però da un giornalista come Nicola Roggero, voce forbita della vituperata Sky che dopo aver regalato nell’antologia “La matematica del gol” una deliziosa reinterpretazione – tutta tecnica e sportiva, intendiamoci – della finale di Argentina ’78 (udite, udite non si sottolineavano combine e generali ma si parlava prevalentemente di calcio giocato e immaginato, di un pallone che rotola!) oggi torna a raccogliere in “Anarchico testabalorda” (per i tipi di Scritturapura) vicende di sportivi-personaggi, tipi eccedenti la norma ma per il loro valore atletico e umano, storie che raccontano e dispiegano il fascino di qualcosa che è lecito e forse necessario raccontare. Passione per l’appunto, che è sempre quel qualcosa in più che rende le cose degne di essere raccontate e che per lo meno merita un posto anche defilato accanto allo sdegno, alla denuncia, all’accorata inchiesta. La passione per le storie che poi è il primo motivo per cui si scrive e si legge, oggi come ieri, per testimoniare che in ogni avventura umana c’è sempre un qualcosa di più che viene alla ribalta e assurge alla dignità del racconto proprio quando viene mostrato per quello che è ed è infinitamente in grado di produrre nella mente, libera, di chi legge.
Saverio Simonelli
Febbraio 2010
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Commenti
| Commento inserito da Fabrizio |
il 30/04/10 18:00 |
| Ciao Saverio, sono un ragazzo di 26 anni e sto finendo di scrivere un libro-racconto sui mondiali di Italia '90, il primo grande evento calcistico che ricordo. Sogno di riuscire a pubblicarlo...ma sarà difficile, Nel testo ho parlato quasi solo di calcio giocato, aggiungendo le mie sensazioni personali, allo scopo di far capire come poteva essere i mondiali visti da un bambino di sei anni. Credi che possa essere una buona idea?
Grazie! |
| Commento inserito da jvan1980 |
il 16/02/10 15:18 |
| Ciao Saverio,
il desiderio di perdersi appresso al fenomenale, senza curare lo straordinario spettacolo dello sport è un tarlo che nutre molte opere, tutte indirizzate verso un omologante "tutto qua". Perché, una volta che è dalla vita e dalla carriera di uno sportivo viene enunciata e promossa l'elemento straordinario, c'è da raccontare sul serio di sport e non molti riescono a farlo. Poiché è così vicino anche alla letteratura sportiva, la invito al mio blog: http://sportvintage.blogspot.com/ e al sito della Biblioteca del calcio Andrea Fortunato, di cui sono addetto stampa e che possiede migliaia di volumi di letteratura sportiva: http://www.asfioravantepolito.it/
La ringrazio e la saluto |
| Commento inserito da federico |
il 12/02/10 14:53 |
| Ciao Saverio, posto qui sotto una risposta al tuo intervento apparsa sul sito di Effequ:
http://editriceffequ.wordpress.com/2010/02/12/in-italia-e-possibile-scrivere-di-sport/ |
| Commento inserito da federico |
il 11/02/10 14:42 |
| La questione è complessa. Complessa perché il calcio - limitando quindi l'indagine alla versione calcistica della letteratura sportiva - è veramente una potentissima metafora. E dunque evitare lo sguardo obliquo è quasi impossibile, a pensarci bene una certa obliquità di sguardo, per esempio, c'è anche in Febbre a 90°, dove il rapporto del narratore con l'Arsenal e il suo finale (relativo) affrancamento dalla morbosa passione per la squadra, vanno di pari passo con la maturazione del personaggio, con la sua crescita (eppure c'è tantissimo calcio dentro, e tantissimo calcio vissuto dal tifoso). In Italia mi viene in mente in effetti un solo titolo che fa vivere la passione calcistica e gli da un'importante rappresentazione letteraria. Ma non si parla direttamente dello sport, quanto della sua funzione di catalizzatore nella vita di un particolare gruppo di persone, gli ultrà della Fossa dei Leoni, gli ultrà del Milan. Il libro si chiama "I furiosi", di Nanni Balestrini, ed è un testo forse poco conosciuto e dalla struttura poco accessibile (è strutturato come un ininterrotto flusso di coscienza, senza alcuna punteggiature) ma dotato di un certo potenziale epico, e capace di offrire una rappresentazione realistica notevole (però della vita dei tifosi ultrà, non del campo di gioco). Il modello per quello che riguarda la letteratura calcistica dal basso per me forse rimangono i racconti di Osvaldo Soriano, dove le storie di campo, storie dal basso, spesso si fondono con la memoria dell'infanzia e i delicati ricordi dell'indimenticabile padre del narratore. Anche in quel caso - piuttosto puro - una certa obliquità quindi c'è, ma secondo me in una certa misura questo è inevitabile, le storie di sport si caricano inevitabilmente di epica o di lirica, sono commoventi perché capaci di rappresentare in modo plastico una gamma quasi infinita di sentimenti e sensazioni vitali. E forse risulta difficile farne letteratura proprio per questo, perché i gesti sportivi ne sono talmente carichi che non è semplice trarne una narrazione seconda, ed è infatti operazione da scrittori non comuni. Forse sono quelli a scarseggiare oggi in Italia...
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