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Quando l’argilla pesa più dell’acciaio
 | Quando l’argilla pesa più dell’acciaio
A giudicare dai titoli si potrebbe supporre che non ci sia partita… Vuoi mettere la fredda e grave consistenza dell’Acciaio con il secco e frangibile impasto dell’Argilla?
E poi aggiungiamoci da un lato l’interesse che sta suscitando tra pubblico e critica l’esordio di quella che la fascetta della casa editrice definisce “una nuova straordinaria scrittrice italiana”; mentre dall’altro parliamo di uno dei tanti romanzi (sbarcato ora nel nostro paese a cinque anni dalla uscita in patria) di un cinquantenne autore d’oltremanica.
Tuttavia…
Tuttavia sedendo e sfogliando, poi leggendo con più attenzione i due romanzi, ci si accorge che se non tutto è oro quel che luce, nemmeno tutto ciò che è Acciaio ha tutto questo spessore. E la bilancia finisce per pendere tutta dalla parte dell’Argilla inglese.
In primis, per i temi toccati da David Almond, capace di spaziare su questioni fondamentali per l’esistenza umana (esiste Dio? e se esiste si interessa a noi? abbiamo un’anima? cosa è il peccato? e la redenzione? a che serve la religione?) con leggerezza e profondità insieme. Questo in forza di una prosa capace di conservare un ritmo appassionante dalla prima all’ultima pagina. E grazie anche alla costruzione di personaggi così sinceramente reali alle cui vicende è difficile non appassionarsi, sia per i buoni che per i “cattivi”.
Proprio questa palpabile umanità dei personaggi scava il fossato tra i due libri. La scrittura di Silvia Avallone, infatti, sembra maneggiare delle figure tipizzate, costrette a ripetere azioni, pensieri e sentimenti in un circolo vizioso, senza sviluppi o sbocchi. Solo il personaggio “a latere”, ma neanche tanto, di Lisa (l’adolescente bruttina) mostra qualche evoluzione e subbuglio interiore. Peccato che sparisca tra le pagine quando invece il suo sguardo avrebbe potuto dare altra luce a fatti e persone.
C’è poi la questione temporale. Nel caso di Almond la datazione della vicenda in una cittadina del Tyne and Wear degli anni ’60 contribuisce ad alimentare la dimensione fiabesca della vicenda e a far rivivere all’autore l’età dei protagonisti; nel caso di Avallone, invece, non si capisce perché la storia di Anna, Francesca & co. debba svolgersi nel 2001: per parlare dell’11 settembre? per assistere al passaggio dalla lira all’euro? Non è dato sapere.
Al di là dei refusi e delle sviste (ad esempio: il Porsche Cayenne nasce due anni dopo la vicenda narrata; a Piombino per fare una denuncia basta andare in commissariato, senza farsi 100 km fino alla Questura, che è a Livorno…) cosa resta della lettura di Acciaio: poca roba, se non l’impressione di aver consumato una storia scritta da Moccia dopo aver letto Pasolini e visto qualche puntata di Report.
E di Argilla? Il senso del mistero, la trepidazione fanciullesca, l’intrecciarsi di vita e morte, due occhi che brillano di speranza. Può bastare?
Pierluigi Vito
marzo 2010
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Commenti
| Commento inserito da Towandaaa |
il 27/07/10 10:47 |
| Non ho letto "Argilla" ma ho letto "Acciaio": questa è la mia opinione in proposito.
Sono convinta che lo si possa definire come un romanzo di formazione, ma in termini sui generis.
Perché un dato che mi ha colpita molto (e mi piacerebbe su questo punto confrontarmi con altri lettori per scoprire se si tratta solo di un’impressione) è che la “formazione” abbia coinvolto in primo luogo l’autrice e non si riferisca solo ai protagonisti del romanzo. Cioè: mi sembra che la scrittrice della parte finale non sia più la stessa dell’incipit, come se il percorso compiuto nello scrivere il romanzo l’avesse trasformata, sviluppando il modo di esprimersi molto più di quanto appaiono sviluppate le figure che popolano la storia (e non credo, in questo, di essere stata influenzata dal fatto che si tratti di un romanzo di esordio).
L’avvio del romanzo mi è sembrato, infatti, piuttosto lento e disarticolato, e non mi riferisco alla trama, che è piuttosto lineare nella sua drammaticità (e nella sua scarsa originalità), ma proprio alla tecnica espressiva. Forse l’intento di approfondire le figure delle due protagoniste e dei personaggi di contorno è stato perseguito con un indugiare eccesivo (a tratti direi morboso) sui turbamenti emotivi delle due amiche, con un ricorso esagerato a figure stereotipate, con dialoghi e “svolte” nella trama che appaiono poco verosimili visto il contesto……. uno stile più maturo avrebbe forse attenuato l’impressione di artificiosità che ho percepito a più riprese. Ed avrebbe attenuato anche l’effetto di frammentarietà che deriva dall’assistere ad una serie di “inquadrature” giustapposte l’una all’altra, scelta strutturale che se da un lato può concorrere a dare l’idea di un romanzo corale, necessita però di una struttura espressiva adeguata a saldare le diverse immagini in un quadro compiuto. |
| Commento inserito da Towandaaa |
il 27/07/10 10:46 |
| [segue dal messaggio precedente]
Sul finire del libro invece questa impressione è diminuita: forse per il concentrarsi della trama in un ambito più circoscritto, forse perché ormai poteva dirsi concluso il lavoro di descrizione dei personaggi e dell’estremo degrado sociale in cui le loro vicende sono ambientate, ho trovato l’espressione più fluida. E anche l’accentuarsi del contrasto tra le parti di discorso diretto (caratterizzate da espressioni adolescenziali, poco colte quando non addirittura volgari) e le parti di discorso indiretto (con espressioni anche poco comuni ma non eccessivamente e artificiosamente ricercate) mi è sembrato una scelta adeguata a simboleggiare i molti contrasti tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è, anche in realtà “difficili” come quelle descritte. Mi ha lasciata perplessa però la conclusione, che ho trovato piuttosto improbabile e anche avulsa dall’atmosfera di crudezza o quanto meno di pessimismo senza via di scampo che aveva improntato tutta la storia fino a quel momento.
In estrema sintesi: se l’autrice avesse calcato meno la mano (a volte sembra un reportage sui quartieri più degradati piuttosto che un romanzo) sulle tematiche sociali, avesse dato maggiore spazio ad un minor numero di personaggi, avesse limitato la “casistica” di violenza/ignoranza/incapacità di reagire a cui assistiamo (dalla droga alla violenza domestica, dalla leggerezza o ingenuità nell’affrontare i rapporti interpersonali alle condotte penalmente rilevanti, dallo squallore dei bar e dei ritrovi abituali dei ragazzi fino ai locali equivoci in cui si esercita la prostituzione……..non manca proprio niente !) questo romanzo mi sarebbe piaciuto molto di più. Ma pur sempre di romanzo di esordio si tratta, quindi penso che l’atteggiamento migliore sia quello di attendere altri lavori di questa scrittrice, e riconsiderare semmai in prospettiva quelli che a mio modesto avviso appaiono ora come punti deboli: potrebbero essere semplicemente frutto di inesperienza (oppure di una precisa scelta editoriale volta a “marcare” anziché correggere il tratto acerbo di una scrittrice esordiente).
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