 | Demetrio Paolin: "Io sono legione"
Il titolo viene dal Vangelo e fa riferimento all’episodio in cui Gesù affronta l’indemoniato di Gerasa. “Legione” è il modo in cui il Diavolo si fa chiamare in quel caso, alludendo alla sua natura: “perché siamo in molti” riporta Marco. Una molteplicità che è caratteristica dell’inafferrabilità e irriducibilità del male che non si presenta con un profilo riconoscibile ma come un agglomerato di pulsioni, stimoli, direi uno sciame di cose più reali quanto più camuffate in un’oscurità inestirpabile dal volto del mondo.
L’episodio c’entra anche se non molto con il romanzo di Demetrio Paolin, già noto al pubblico per l’eccellente “Una tragedia negata” riflessione acuminata e senza sconti sul rapporto tra letteratura e anni di piombo. C’entra proprio perché, come fosse una tattica del demonio, svia l’attenzione del lettore frettoloso o del recensore interessato da quello che è il vero nocciolo del libro che non è semplicemente il confronto col male.
La storia è quella di Demetrio, giornalista, che si muove tra persone reali e della memoria, persone segnate dallo stigma del male e circondate da un’aspettativa di vita e di positività che agli occhi del narratore sembra costantemente falsa ridondante, quasi aggressiva nei confronti dell’essenza della vita che è invece condanna al male. C’è malattia, c’è ambiguità, c’è l’handicap, c’è la morte. E c’è da quest’altra parte il soggetto e una sequela sinuosa di incombenze quotidiane esperite in una dolorosa meccanicità. Non succede molto altro. Questo non è un libro dove le cose accadono. Questo è un libro che è un continuo tentativo di comunicazione con qualcosa di non letterario, di non verbale, oseremmo dire quasi non umano. “C’erano giorni che qualcosa lo divorava dentro, una spina nella sua carne conficcata così profondamente che non riusciva neppure a individuarne l’origine”. La studiata sciatteria sintattica in una prosa di grumi di senso sempre caldissimi quasi ostentati, sbattutti in faccia alla forma, dice quello Demetrio vorrebbe dire alla vita con il suo scrivere.
"Il mio nome è Legione" è un testo che recalcitra, un testo che non va letto immediatamente come letteratura e non va recensito in questo senso. Chi sa qualcosa di linguistica ricorda la definizione di Roman Jakobson a proposito della “funzione fatica”. Succede quando siamo al telefono e la linea è disturbata per cui ci sforziamo con formule varie di ribadire all’interlocutore la nostra presenza al di qua del filo “Mi senti? Ci sei? Pronto?”
Il libro di Demetrio è una funzione fatica della scrittura di fronte allo scandalo del male. Non è storia, né romanzo, è un cantiere di lavori in corso contro quell’epifania che si vorrebbe scacciare dalla vita ma la letteratura, come ogni altra forma di conoscenza umana, anche la più alta, non può portare a termine.
Ecco perché il libro abbonda di attese, di continue mosse avviate, rimandate, ripetute, conati, tentativi, fino al timore dello stallo. Ma la trincea di fronte al male è scavata. Non eretta, perché non può avere vanti, ma una spina nel fianco dello scandalo, questo è la sua scrittura.
Splendidi al riguardo alcuni versi che Demetrio rivolge al padre che peraltro morirà verso la fine della vicenda (Attenzione, come in una tragedia greca le morti non accadono nel testo, vengono riportate e anche qui c’è la traccia evidente che il confronto col male è sempre trasportato altrove, studiato, mimato, quasi)
Ora padre respira
Che a me manca
Il coraggio di dire
L’amore che tende i muscoli
Ecco allora l’altro baluardo sul quale si installa la scrittura di Paolin, il confronto tra le parole e le cose alla ricerca di quella unità di espressione che proprio il male scoraggia. E allora si invoca il respiro, l’atto più animale e inconsapevole che attesta l’essere, il respiro, ruach dice l’Ecclesiaste, il respiro che può essere vita ma anche fumo, vuoto.
Il rerspiro che c’è anche quando manca il coraggio, l’umano che c’è anche quando può solo reclamare la propria impotenza.
“Il mio nome è Legione” appartiene allora alla grande e nobilissima fila di testi che innalzano una sfida al mondo, che dicono quanto la letteratura da sola non potrebbe dire perché non lo fanno letterariamente ma in nome di una tensione etica che prorompe dal testo come il demone scacciato che cerca rifugio tra i porci, ed è questo molto più del “magnete di sangue” di cui parla Genna in quarta di copertina.
Per questo siamo grati a Demetrio Paolin. Perché tra tanti testi che accumulano prove per garantirsi una propria esistenza letteraria: stile trame episodi lingua, questo è un libro che viene a scuoterci come un fantasma notturno. Non spalanca mondi, né seduce con fantasia o realismo, ci dice semplicemente che c’è uno scandalo, una lotta che non finirà mai e con la quale bisogna risolversi a fare i conti prima di ogni altra cosa, anche prima della scrittura.
Saverio Simonelli
2009
Demetrio Paolin "Il mio nome è Legione" ed. Transeuropa 2009
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